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La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore.

Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia.

Carl Gustav Jung

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Un altro libro Leggereditore.

l'ultima volta che ho visto parigi

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Claire ha un passato da nascondere, quello di una bambina cresciuta nella miseria più profonda. Ora si è conquistata un posto nella borghesia newyorchese, e l’eleganza, il lusso, la fama le spettano di diritto. Tuttavia, quando la sua identità fittizia viene minacciata, a Claire non resta che fuggire, e Parigi le sembra il luogo perfetto per ricominciare. Ciò che trova è una città sconvolta dai primi accenni del caos, dovuti all’imminente invasione tedesca. Il destino però è dalla sua parte, e quando comincia a lavorare in un negozio di fiori, dentro di lei si fa strada l’idea di una vita diversa. Claire si ritroverà a mettersi in gioco, e a collaborare con abili e caute mosse a una missione che, oltre a salvare vite umane, ridisegnerà l’essenza stessa della sua esistenza. Un’epoca che come poche è entrata a far parte dell’immaginario collettivo rivive attraverso gli occhi di un’eroina coraggiosa e disposta a rischiare fino in fondo per sé e per gli altri.

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Scrittrice americana, Lynn Sehene ha lavorato come consulente ambientale prima che si dedicasse alla letteratura. Con il suo primo romanzo, L’ultima volta che ho visto Parigi , ha raggiunto un notevole successo di vendite.

Agli inizi degli anni Quaranta, Claire Harris Stone vive a New York assieme al marito Russell. Conduce una vita piena di lussi e occasioni frivole, accanto tuttavia a un uomo che non ama e che non la ama. D’improvviso però la sua ricca esistenza viene sconvolta dall’arrivo di una vecchia conoscenza, Von Richter, che fa sapere al marito Russell che in realtà Claire non è di nobile lignaggio. Claire, consapevole dell’importanza della questione per il marito e timorosa della sua reazione, lascia tutto in poche ore e parte alla volta di Parigi sognando le braccia del suo vecchio amante Laurent. Trova però qualcosa di molto diverso da ciò che si era aspettata, oltretutto la guerra avanza e sta per inghiottire la capitale francese. Claire si ritrova inconsapevolmente coinvolta negli affari della Resistenza.

Dunque amici, parto dal presupposto che la trama mi aveva da subito affascinata. Quando ho cominciato a leggere il libro però, più di un aspetto mi ha lasciata perplessa. Ad esempio lo stile dell’autrice, spesso confuso e rapido: da poche spiegazioni sui comportamenti dei protagonisti, dando l’impressione di ritrovarsi ad ascoltare la storia di qualcuno che l’autore conosce e il lettore per niente. Inoltre Claire nelle prime pagine è davvero insopportabile, una donnina dai modi fastidiosamente civettuoli.

E così per qualche giorno ho abbondato la lettura, il che non è da me. Poi mi sono decisa a dare una seconda chance a questo romanzo e l’ho ripreso. Ho fatto bene.

La personalità di Claire infatti, con l’avanzare delle pagine, viene dipinta in modo più profondo mostrando che in realtà è ben capace di adattarsi a una vita non ricca e di abbandonare i modi esasperatamente voluttuosi. Diviene altruista e coraggiosa.

Per quanto riguarda lo stile dell’autrice, quello no, non si lega mai perfettamente al modo in cui mi piace sentir narrare le storie. La storia procede in maniera confusa e con ampi salti temporali; i dialoghi con i membri della Resistenza è vero che sono roba scottante, a volte in codice, ma avrebbero dovuto essere più comprensibili per il lettore. Per quasi una buona metà la lettura mi ha annoiata; si ha l’impressione che venga dato spazio e risalto a scene in verità insulse. Tuttavia da metà libro le vicende iniziano a farsi più interessanti e i salti temporali diminuiscono, dando maggior senso e credibilità al tutto. L’amore anelato finalmente arriva e Claire dimostra particolare acume, altruismo e coraggio durante il precipitare degli eventi nella Parigi occupata dai nazisti.

Affascinante è la descrizione del periodo storico, della Parigi di un tempo, degli occupanti tedeschi, delle attività della Resistenza francese. In definitiva ne consiglio la lettura se piace il genere.

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Dear Woman,
sometimes you’ll just be too much woman.
Too smart,
too beautiful,
too strong.
Too much of something that makes a man feel like less of a man,
which will make you feel like you have to be less of a woman.
The biggest mistake you can make
is removing jewels from your crown
to make it easier for a man to carry.
When this happens, I need you to understand
you do not need a smaller crown—
you need a man with bigger hands.

Michael Reid

 

 

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Ciao a tutti!

Eccomi con la recensione di un genere di libri che io adoro.

Dopo aver devastato l’Europa, la seconda guerra mondiale minaccia di incendiare la Gran Bretagna. Nel sonnolento paesino inglese di Crowmarsh Priors la vita non è più quella di sempre: le case del villaggio ospitano gli sfollati da Londra, le incursioni aeree diventano un lugubre appuntamento notturno, la morsa del razionamento mette a dura prova ogni parvenza di dignità, mentre sempre più uomini partono per morire al fronte. E cinque giovani donne si legano in un’amicizia tanto profonda da travolgere la vita di ognuna. Alice Osbourne è la figlia giudiziosa del defunto vicario, Evangeline Fontaine una ragazza americana del profondo sud, Elsie Pigeon è fra i poveri di Londra che vedono nell’evacuazione l’opportunità per scampare a una vita di stenti, Tanni Zayman è una giovane ebrea in fuga dagli orrori d’Europa e Frances Falconleigh un’intraprendente debuttante con un padre deciso a segregarla in campagna, a distanza di sicurezza dalle tentazioni mondane. Intorno alle cinque ragazze, così diverse e provenienti da mondi apparentemente lontani tra loro, la guerra e le privazioni si fanno sempre più aspre, ma le avversità che potrebbero distruggere le loro vite finiscono per unirle indissolubilmente. Sostenendosi a vicenda per sconfiggere nemici spaventosi – la fame, le bombe, l’incubo di un’invasione nazista, un infame traditore – troveranno la forza interiore per aiutare se stesse e i loro amici. Quando, cinquant’anni più tardi, quattro di loro torneranno a Crowmarsh Priors per celebrare la Giornata della Vittoria ripresa in diretta televisiva nazionale, le telecamere renderanno pubblica la storia delle anziane signore che furono spose di guerra in un’epoca lontana. Ma la missione delle quattro amiche non è commemorare né ricordare: le spose di guerra sono tornate per vendicare la quinta amica che non può più essere con loro.
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Wow. Questo è uno di quei libri che non fanno annoiare mai, soprattutto gli appassionati di storia. Ed è uno di quelli che del periodo storico fornisce anche un ottimo spaccato sociale, nello specifico della condizione femminile, attraverso una narrazione ricca di dettagli ma avvincente.
Si tratta di un romanzo corale e di solito non amo questo genere di narrazione. Tuttavia i personaggi sono così ben descritti dal punto di vista umano, e le vicende di ognuno si incastrano in modo talmente naturale con quelle degli altri, che il tutto risulta arricchito e per nulla frammentato o mancante di passaggi o eventi, nonostante ci siano alle volte salti temporali anche importanti.
Le protagoniste sono donne di ogni età ed estrazione sociale e per ognuna di esse assistiamo dapprincipio ai drammi personali che lo scoppio della guerra provoca e in seguito ai tentativi di trovare un posto in un mondo a soqquadro o di un ruolo o di un luogo in cui affondare nuove radici.
Non mancano elementi di mistero e di spiritualità, anche tribale, nonché di passione e d’amore o, forse più importante tra gli altri, di amicizia. Un libro apprezzabile da diversi punti di vista e adatto a un pubblico di età diverse, nonché, a dispetto di quanto si possa credere, sia maschile che femminile.
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Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

Ciao a tutti.Questa volta parliamo di un racconto di Stephen King che fa parte della raccolta Stagioni diverse.

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Stephen Edwin King (Portland, 21 settembre 1947) è uno scrittore, sceneggiatore, regista e attore statunitense, uno dei più celebri autori di letteratura fantastica, in particolare horror, dell’ultimo quarto del XX secolo.

Scrittore notoriamente prolifico, nel corso della sua fortunata carriera, iniziata nel 1974 con Carrie, ha pubblicato oltre ottanta opere, fra romanzi e antologie di racconti, entrate regolarmente nella classifica dei bestseller, vendendo complessivamente più di 500 milioni di copie.

Buona parte delle sue storie ha avuto trasposizioni cinematografiche o televisive, anche per mano di autori importanti quali Stanley Kubrick, John Carpenter, Brian De Palma, J. J. Abrams, David Cronenberg, Rob Reiner, Lawrence Kasdan, Frank Darabont, Taylor Hackford e George A. Romero. Pochi autori letterari – a parte William Shakespeare, Agatha Christie e Arthur Conan Doyle – hanno avuto un numero paragonabile di adattamenti.

A lungo sottostimato dalla critica letteraria, tanto da essere definito in maniera dispregiativa su Time Magazine «maestro della prosa post-alfabetizzata», a partire dagli anni novanta è cominciata una progressiva rivalutazione nei suoi confronti. Per il suo enorme successo popolare e per la straordinaria capacità di raccontare l’infanzia nei propri romanzi è stato paragonato a Charles Dickens, un paragone che lui stesso, nella prefazione a Il miglio verde, pubblicato a puntate alla maniera di Dickens, ha sostenuto essere più adeguato per autori come John Irving o Salman Rushdie.

Fa parte del gruppo musicale composto unicamente da scrittori chiamato Rock Bottom Remainders.

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Qui dentro siamo tutti innocenti.

Red

Il primo scritto di King che leggo, che ha tra l’altro ispirato il film Le ali della libertà (film del 1994 diretto Frank Darabont). Non ho mai letto di questo autore forse perché ho sempre prediletto gli storici e i classici. Da poco però ho ricevuto in dono una raccolta di racconti di King e mi ci sono avvicinata con entusiasmo.
Questo è un racconto particolare. Siamo nella prigione di Shawshank, nel Maine: la narrazione in prima persona è a opera di Red, un uomo finito in carcere per aver sabotato i freni dell’auto della moglie con lo scopo di intascare l’assicurazione. Nelle mura penitenziarie egli è noto come “colui che procura la roba”.
Red comincia a raccontare dal 1947, anno in cui arriva “nella felice famigliola” del carcere Andy Dufresne. Andy è stato condannato per l’omicidio di sua moglie e del di lei amante. Si dimostra, nella vita dura del carcere (descritta nei minimi particolari e tuttavia in maniera mai noiosa), di una calma quasi irreale, arguto e imperturbabile nell’avere a che fare con secondini o detenuti attaccabrighe. Andy ha la passione dei minerali e proprio quella lo porterà a fare amicizia con Red, al quale chiede di procurare un martelletto con cui modellare le pietruzze del cortile.
In questo racconto l’abilità dell’autore sta certamente nella scelta del punto di vista (Red racconta ciò che ha visto ma anche ciò che ha sentito e come, perfettamente in linea con le dinamiche sociali nelle carceri americane dell’epoca) e nel fatto che da un certo punto della storia, molte cose lette precedentemente su Andy comincino ad avere tutt’altro senso.
Il ritmo è piuttosto lento per una buona metà del racconto, allorché subisce una brusca accelerazione che fa salire le aspettative, la curiosità e l’ansia. Nello svelare la verità l’autore è veramente un maestro: per niente banale, con il carico adeguato di suspense e passaggi che sono colpi di genio.
Rita Hayworth, citata nel titolo e reincarnata nel racconto attraverso un poster appeso nella cella di Andy, rappresenta la sete di libertà, la speranza, la resilienza e la perseveranza.
Da non sottovalutare è la componente umana. I personaggi hanno uno spessore psicologico tale da sembrare reali, perfettamente credibili e ben calati nei ruoli creati per loro da un autore che non usa alcuna forzatura per far funzionare il tutto.
Un racconto che da spazio ai sentimenti umani più semplici, dalla paura al desiderio di vita, ma anche al perdono.
Lettura consigliata a chi già conosce King ma anche a chi vuole approcciarvisi per la prima volta.

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Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C’è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un’altra strada. Prendi quella
e nessun’altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C’è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. È quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. È quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c’è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L’unica che può dirti:
“Come mai ci hai messo tanto?”

Raymond Carver

Salve amici,

oggi è una data storica!

Da ultima ruota del carro del Sistema Solare a protagonista indiscusso di discorsi, servizi e timeline della Rete: l’ora del riscatto di Plutone è finalmente arrivata. L’enigmatico pianeta nano scoperto 85 anni fa ha iniziato a svelare, negli ultimi giorni, il suo vero aspetto agli “occhi” della sonda New Horizons, che martedì 14 luglio, alle 13:49:57 ora italiana transiterà, dopo un viaggio di 5 miliardi di km, a soli 12.500 km dal corpo celeste. Le sue caratteristiche geologiche – soprattutto, le sue misteriose macchie scure – stanno accendendo le discussioni degli astronomi di tutto il mondo. (Fonte: Focus.it)

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Plutone è un pianeta nano orbitante nelle regioni periferiche del sistema solare, con un’orbita eccentrica a cavallo dell’orbita di Nettuno; fu scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh e inizialmente classificato come il nono pianeta. Riclassificato come pianeta nano il 24 agosto 2006 e battezzato formalmente 134340 Pluto dalla UAI, Plutone è il secondo più massiccio pianeta nano del sistema solare, dopo Eris, e il decimo corpo celeste più massiccio che orbita direttamente attorno al Sole.

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Dopo la sua scoperta, il nuovo corpo celeste venne battezzato in onore di Plutone, divinità romana dell’oltretomba; le prime lettere del nome, PL, sono anche le iniziali dell’eminente astronomo Percival Lowell che per primo ne postulò l’esistenza. Il suo simbolo astronomico è il monogramma di Lowell (Pluto symbol.svg).

In virtù dei suoi parametri orbitali, Plutone è anche considerato un classico esempio di oggetto transnettuniano. Pur avendo la sua orbita il semiasse maggiore più lungo di quello dell’orbita di Nettuno, esso si avvicina al Sole più dello stesso Nettuno. Plutone è stato assunto quale elemento di riferimento della classe dei pianeti nani transnettuniani, denominati ufficialmente plutoidi dall’ Unione Astronomica Internazionale.

Plutone ha cinque satelliti conosciuti, il più massiccio e importante dei quali è certamente Caronte, scoperto nel 1978 e avente un raggio poco più della metà di quello di Plutone.

New Horizons è una sonda spaziale sviluppata dalla NASA per l’esplorazione di Plutone e del suo satellite Caronte. Il lancio è avvenuto il 19 gennaio 2006 dalla base di Cape Canaveral.

Con una velocità di 58 536 km/h (circa 16,26 km/s), raggiunta allo spegnimento del terzo stadio, è l’oggetto artificiale che ha raggiunto la velocità maggiore nel lasciare la Terra.

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Si prevede che raggiungerà Plutone il 14 luglio 2015 attorno alle 14:00 ora italiana.

La missione prevede che la sonda continui poi il viaggio nella fascia di Kuiper per inviare dati alla Terra sulla fascia. L’obiettivo primario è di studiare la geologia e la morfologia del pianeta nano Plutone e del suo satellite Caronte, creare una mappa della superficie dei due corpi celesti e analizzarne l’atmosfera. Altri obiettivi sono lo studio dell’atmosfera dei due corpi celesti al variare del tempo, l’analisi ad alta risoluzione di alcune zone di Plutone e Caronte, l’analisi della ionosfera e delle particelle cariche, la ricerca di atmosfera attorno a Caronte, lo studio dei quattro satelliti minori Stige, Notte, Cerbero e Idra, la ricerca di eventuali satelliti o anelli sconosciuti e possibilmente l’analisi di un ulteriore oggetto della fascia di Kuiper.

La sonda contiene una parte delle ceneri di Clyde Tombaugh, l’astronomo che nel 1930 scoprì Plutone.

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Clyde William Tombaugh (Streator, 4 febbraio 1906 – Las Cruces, 17 gennaio 1997) è stato un astronomo statunitense. È conosciuto soprattutto per la scoperta nel 1930 di Plutone, che venne considerato il nono pianeta del sistema solare. Oggi Plutone è stato riclassificato come pianeta nano.
Tombaugh nacque in Illinois, nel 1906, da una famiglia contadina. Appassionato di astronomia fin da ragazzo, si costruì da solo un telescopio per fare schizzi dei pianeti. Inviò poi gli schizzi a V.M. Slipher, direttore del Lowell Observatory di Flagstaff, in Arizona. Questi dovette rimanerne impressionato, perché offrì un posto all’Osservatorio a Tombaugh, che vi entrò nel 1929, abbandonando per sempre il mondo agricolo della sua famiglia di origine.
Percival Lowell, sulla base di presunte imperfezioni nelle previsioni dei moti di Urano e Nettuno, aveva previsto già nel 1905 la posizione di un eventuale nono pianeta. Per facilitarne l’individuazione, Tombaugh inventò una macchina che mostrava alternativamente le lastre fotografiche di una stessa zona del cielo scattate a distanza di alcune ore, per scoprire se qualcosa si era mosso rispetto allo sfondo delle stelle fisse. Era un lavoro impegnativo, perché ogni fotogramma di cielo conteneva migliaia di oggetti, dei tipi più vari. Si calcola che, alla fine, Tombaugh osservò circa 45 milioni di oggetti celesti[1]. Il 18 febbraio 1930, sei mesi dopo il suo arrivo all’Osservatorio Lowell, Tombaugh individuò Plutone.

Tombaugh stesso racconta così la scoperta di Plutone:

«Improvvisamente mi balzò agli occhi un oggetto di quindicesima magnitudine. – Eccolo – mi dissi. Un’emozione incredibile mi travolse: questa sarebbe stata una scoperta storica.
Mi diressi subito nell’ufficio del direttore. Cercando di controllarmi, entrai nell’ufficio ostentando indifferenza. – Dr. Slipher, ho trovato il suo Pianeta X.»
«Il Dottore sobbalzò dalla sedia, mostrando uno sguardo compiaciuto ma riservato.»
Risultò subito chiaro che Plutone era molto piccolo, forse troppo per perturbare a sufficienza l’orbita di Urano e Nettuno. Tombaugh continuò invano la ricerca del decimo pianeta.

Scoprì inoltre, a partire dal 1929, ben 14 asteroidi.

Martedì 14 luglio, dopo un viaggio lungo 9 anni e mezzo e 5 miliardi di km, New Horizons sarà protagonista di uno storico fly-by di Plutone. Poiché un giorno su Plutone dura 6,4 giorni terrestri, possiamo dire che manca solo un giorno all’incontro tra la sonda e il pianeta nano.

Sarà un incontro fugace, una toccata e fuga in cui la sonda viaggerà a 49.600 km/h, arrivando a 12.500 km da Plutone.

Si tratterà di un passaggio ravvicinato e non di un ingresso nell’orbita del corpo celeste. La sonda è stata quindi progettata per raccogliere il maggior numero di dati nel breve periodo (meno di 24 ore) in cui Plutone apparirà relativamente vicino agli strumenti di New Horizons, per poi trasmettere queste informazioni al nostro pianeta.

Le foto di maggiore interesse scientifico saranno processate, spiegate e diffuse sul web. Ma si tratterà di una minima parte dei dati raccolti: solo l’1% delle informazioni relative al fly-by arriverà sulla Terra “in tempo reale”, nei giorni del passaggio ravvicinato.

Le altre saranno spedite sulla Terra in un periodo di 26 mesi a partire dal 14 settembre, con una velocità massima di download pari a circa 1,2 kilobit/sec (migliaia di volte più lenta di quella della vostra connessione di casa): quella consentita dalla rete di ricezione della la rete di ricezione NASA (DSN o Deep Space Network) a Terra, e dalle grandi distanze (in fin dei conti, nessuna missione spaziale ha mai raggiunto Plutone). (Fonte: Focus.it)

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Salve a tutti,

oggi parliamo del libro LovemeLoveme scritto da Fabio Marcheselli.

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Alice, alias Lovemeloveme, ha diciassette anni e l’ingenuità di credere di poter vivere il suo primo amore come se fosse dentro una favola, nonostante la sua emotività sia intrappolata dentro un viaggio coast to coast tra paura di soffrire e voglia di amare.

Tomas alias De Mill Klein, invece, è leader indiscusso del “branco”, affascinante e cinico.

All’inizio tutto appare colorito e incasinato proprio come un murales, ma il loro amore è un amore scaleno che presto condurrà Alice in un vortice di dolore e a un epilogo in cui ogni aspettativa adolescenziale verrà spezzata.

La storia si sviluppa e si intreccia tra passato (ieri), in cui vengono narrate le dinamiche relazionali e i disagi dei protagonisti e presente (oggi), in cui le indagini fanno il loro corso attraverso le abilità dell’ispettore Anedonia e del suo collaboratore Vitale, agli antipodi oltre che per il nome, per intuito professionale e per elementi caratteriali.

Fabio Marcheselli è nato e vive a Bologna. Psicologo forense è perito per il Tribunale di Bologna. Autore di pubblicazioni e contribuiti scientifici. LovemeLoveme è il suo primo romanzo.

Premetto che il genere di questo romanzo (noir, con sfumature thriller) non rientra tra i miei preferiti ma ho voluto comunque leggerlo perché la trama mi incuriosiva.

Si tratta di un romanzo che esalta le percezioni: visive, sonore, fisiche in genere. L’aspetto visivo si nota sin da subito: moltissimi colori e forme spiccano e saltano agli occhi della mente. La musica è parte integrante della storia, sembra scandirne i ritmi e gli scenari, con una canzone adatta a ogni circostanza. Le sensazioni fisiche, soprattutto quelle negative, sono descritte in maniera vivida.

L’introspezione psicologica è buona e non prolissa, uno dei punti di forza del libro.

noir

Ho trovato bella l’ambientazione tutta italiana. I capitoli sono brevi e veloci e balzano tra passato e presente: sebbene dapprincipio possano sembrare disorientanti, contribuiscono invece a mantenere viva l’attenzione.

Lo stile è esuberante, vivo, e tuttavia in certe frasi appare un pochino forzato. Le tecniche di indagine sono descritte in maniera propria ma semplice, comprensibile anche ai profani, con la sicurezza di chi le conosce da professionista.

Nel finale qualcosa è lasciato in sospeso, mentre avrei preferito una soluzione degli eventi meno dispersiva. Inoltre mi sarebbe piaciuto vedere maggiormente approfonditi i personaggi dell’ispettore e del suo collaboratore.

In definitiva una storia che per certi versi fa riflettere e che lascia l’amaro in bocca come spesso fa la vita.

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Disponibile su tutti gli store online.

Ciao a tutti!

Eccoci qui con un nuovo appuntamento della rubrica TWITTER manubrio da corsa in full carbonio (visto che se mi impegno riesco a non far scadere il mese? XD).

Nel dipinto la languida posa di Cibele, la dea della terra, si ispira a una statua dello scultore greco Prassitele, intitolata Satiro in riposo. Di sicuro Rubens vide una copia romana di quest’opera mentre si trovava in Italia. Lo scultore era famoso per le sue pose a S in cui il corpo si curva e la contempo di inclina, donando alla figura linee aggraziate, effetto difficile da rendere sul marmo.

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In passato era normale ricorrere alla mitologia classica per rappresentare allegorie politiche o religiose. In questo caso si tratta di una sorta di storia d’amore, con Netturno e Cibele che si tengono per mano, a voler significare un’unione tra la città e il mare. I corpi delle due divinità, perfettamente simmetrici, rivolti l’uno verso l’altro in armonia, quasi attorcigliati tra loro, danno al dipinto un movimento a spirale. Si tratta di una scena felice e il messaggio è chiaro: la pace porta prosperità. Nella fattispecie Cibele rappresentava Antwerp, la città più importante delle Fiandre, e Nettuno rappresentava lo Sheldt, il fiume da cui Antwerp dipendeva per l’accesso al mare. Gli olandesi all’epoca avevano bloccato la strada: senza questo accesso, le fiandre non potevano commerciare e senza commercio la loro economia sarebbe andata in rovina.

L’opera venne venduta all’asta a Parigi nel 1775 a un prezzo relativamente basso a causa di controversie sulla sua autenticità. Il Museo dell’Hermitage, fondato nel 1746, acquistò l’opera sotto l’autorità di Paolo I, successore della madre Caterina la Grande nel 1796.

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Quest’oggi vi presento un libro che mi aveva incantata per titolo, quarta e copertina. Un inganno.

La stanza è invasa dalla polvere e dalla luce. Sono passati anni, ma a casa della nonna Elsa non è cambiato nulla: la bambola, il cavallo a dondolo e poi il vecchio armadio. Ad Anna, sua nipote, basta aprirlo per tornare di colpo bambina, quando insieme alla nonna giocava a vestirsi da grande. Gli abiti ci sono ancora tutti e Anna li riconosce; stoffe che sanno di festa e di risate. Eppure c’è un vestito che la giovane non ricorda: ha la gonna ampia e un nastro alto in vita. Uno stile molto diverso da quello della nonna. Anna lo prova. Basta quel semplice gesto perché il suo mondo cambi per sempre. Quando sua nonna la vede con quell’abito, bella come non mai, capisce che è giunto il momento sfuggito tanto a lungo. Ora che le rimangono pochi giorni di vita, non può più mentire. Lo deve a sé stessa ma anche a sua nipote, deve dirle la verità. Deve confessare a chi appartiene quell’abito, deve pronunciare quel nome taciuto da anni, Eeva. Un nome che Anna non conosce. Il nome di una donna dimenticata nel silenzio, di cui non esistono nemmeno fotografie. Un nome che affonda le radici in un segreto forse incomprensibile. Spetta ad Anna capirlo. Ma per farlo deve tornare indietro a un tempo antico, a una storia di perdono, di tradimento e di bugie. Ma soprattutto alla storia di un amore unico come quelli che lega indissolubilmente una madre e una figlia, nel bene e nel male. Un amore in cui tutto, a volte, può essere perdonato.

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Riikka Pulkkinen (nata l’8 luglio 1980 a Tampere) è una scrittrice finlandese. Il suo primo libro è stato pubblicato nel 2006 ed è stato nominato per premio letterario Helsingin Sanomat. Il secondo romanzo (L’armadio dei vestiti dimenticati) è apparso nel 2010 e ha guadagnato l’attenzione internazionale.

Ci troviamo in Finlandia. Elsa è un’anziana signora dal piglio energico, diventata famosa in gioventù per i suoi studi psicologici sui bambini. È sposata con Martti, uno stravagante artista. La loro figlia Eleonoora si ritrova spiazzata quando viene a sapere che alla madre rimangono poche settimane di vita. Soffoca la sofferenza in favore di un’efficace organizzazione della vita quotidiana, aiutata dalle figlie Maria e Anna. Proprio a quest’ultima, durante un’esplorazione nell’armadio dei vecchi vestiti, nonna Elsa racconta la storia del tradimento che il nonno Martti ha operato nei suoi confronti con una donna di nome Eeva. Da qui comincia un’altalena di narrazione presente/passato e cambio di punti di vista, a volte stancante.

Il motivo principale per cui assegno una bassa valutazione a questo romanzo è lo stile. Non mi è piaciuto per niente; il modo di raccontare le cose è assolutamente “sbagliato” se così si può definire, sebbene sia una scelta del tutto personale dell’autrice. Dico sbagliato perché, nonostante la storia non sia nulla di speciale, sarebbe potuta apparire più accattivante e intrigante se raccontata in tutt’altra maniera.

Eeva narra la sua storia in prima persona, tuttavia appare come il racconto di qualcuno estraneo ai fatti, non coinvolto davvero come invece vuol far credere dalle continue metafore – che vogliono essere poetiche – inserite nelle righe. A ogni segno di avvicinamento a Elsa o a Martti, Eeva svela subito ogni mistero con frasi del tipo: “Quel giorno Elsa fu cordiale, ancora non sapeva che mi avrebbe detestata”, oppure “Avrei amato quella caratteristica di Martti quando avremmo fatto l’amore”. Quindi già sappiamo cosa accadrà; la curiosità va scemando e la voglia di leggere pure supportata da una narrazione del genere; la narrazione è confusa dall’inserimento di lunghissimi ricordi tra le frasi dei dialoghi. Si è costretti a tornare indietro a leggere l’ultima battuta per riprendere il filo interrotto da qualcosa che non c’entra nulla. Oltretutto – e questa è una cosa che reputo oltremodo assurda – nonostante Eeva parli in prima persona, è misteriosamente in grado di leggere i pensieri degli altri. Durante del tempo trascorso assieme a Martti racconta: “mi immagina nuda, pensa a com’ero a casa mia, con gli amici, ecc.”. Ma come fa a saperlo? Il tutto intriso di profonda – e stucchevole a un certo punto – malinconia.

Valutazione:

Terzo appuntamento con la nostra rubrica artistica. Chi ha perso i primi due articoli, li trova rispettivamente qui (Lo stagno delle ninfee) e Ariat Donna Telluride Zip Stivali Cavallerizza H2O.

Oggi parliamo di un dipinto che è stato scelto come copertina del romanzo Cime tempestose di Emily Brönte nell’edizione Einaudi (se siete interessati alla mia recensione del suddetto romanzo, la trovate qui).

Negli anni Quaranta alcuni registi di Hollywood, tra cui Walt Disney, trassero ispirazione dai dipinti drammatici di Friedrich per i propri film. Ritenevano che i paesaggi dell’artista evocassero molti dei sentimenti che cercavano di trasmettere: soggezione, stupore e spiritualità; il contrasto tra individuo e infinito; il ciclo della vita e del tempo.

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Il viandante sul mare di nebbia  raffigura un paesaggio di estrema bellezza e drammaticità. Una figura solitaria è in piedi su un precipizio aggettante su montagne coperte di nebbia. La vista è mozzafiato grazie alla mescolanza luminescente di tenui blu, grigi, viola e gialli sopra un manto mutevole di nebbia. La sensazione di isolamento del viandante è accentuata dalla visuale posteriore della sua figura, sebbene essa sia il centro verso cui converge ogni elemento del dipinto.

L’anima dell’opera è, nonostante la maestosità, malinconica, come del resto molti dipinti di Friedrich. Numerosi critici hanno attribuito questo sentimento persistente nell’artista alle perdite subite da lui durante l’infanzia.

The Painter Caspar David Friedrich (1774-1840) (oil on canvas)

Caspar David Friedrich (Greifswald 1774 – Dresda 1840) fu un pittore tedesco. Importante rappresentante del romanticismo, fu autore di grandiosi paesaggi e di marine che rivelano non solo un’attenta osservazione della natura, ma anche un’intenzione allegorica.

Dopo gli studi all’Accademia di Copenaghen, nel 1798 si stabilì a Dresda, dove aderì a un circolo artistico e letterario permeato di ideali romantici. I suoi disegni giovanili, a matita e seppia, dal tratto preciso, ritraggono scenari che diventeranno ricorrenti nella sua produzione: spiagge sassose, distese piatte e brulle, catene montuose che si susseguono a perdita d’occhio, alberi che si innalzano verso il cielo. Gradatamente tuttavia Friedrich abbandonò la precisione documentaristica delle prime opere a favore di una maggiore efficacia comunicativa, trasferendo nel paesaggio naturale emozioni e sensazioni.

Tra i dipinti a olio, La Croce sulle montagne (1807 ca., Gemäldegalerie, Dresda) è esempio significativo del suo stile maturo, e costituisce un’ardita innovazione rispetto alla pittura religiosa tradizionale. Secondo quanto rivela lo stesso Friedrich in alcuni scritti, tutti gli elementi di questa composizione hanno significati simbolici: i colori freddi e acidi, la luce chiara e i profili secchi, tutto concorre a suggerire la sensazione di malinconia, isolamento e impotenza che investe l’uomo di fronte alle forze minacciose della natura. Simili elementi si ritrovano in altri suoi dipinti, considerati tipici esempi del romanticismo tedesco figurativo, come Il viandante sul mare di nebbia (1818) e il Naufragio della ‘Speranza’ (1823-24). Docente all’Accademia di Dresda, Friedrich influenzò grandemente i giovani pittori romantici tedeschi.

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Il Romanticismo fu un movimento europeo e statunitense che coinvolse il mondo artistico e culturale in un periodo che spazia, molto approssimativamente, tra il 1800 e il 1850.

Per quanto non possa essere identificato con un singolo stile, con una tecnica particolare o un atteggiamento univoco da parte dei suoi esponenti, si può dire che il romanticismo fu in generale caratterizzato da un approccio soggettivo al fatto artistico, dall’intento di esprimere attraverso l’opera emozioni e sentimenti, attingendo a una vivida immaginazione o a una dimensione onirica e visionaria. Tanto l’arte classica e neoclassica, che dominò i decenni precedenti, appariva improntata a equilibrio e sobrietà, compiuta e lineare nelle forme e nelle composizioni, tanto quella romantica privilegiò rappresentazioni fortemente suggestive, in cui venivano trasposte sensazioni intense e inquietudini spirituali o mistiche.

Nella difficoltà di trovare una definizione univoca ed esaustiva, molti critici e artisti misero in luce di volta in volta gli aspetti che consideravano maggiormente caratterizzanti: lo scrittore tedesco E.T.A. Hoffmann, ad esempio, affermò che la vera essenza del romanticismo non era che “brama d’infinito”. Nella scelta dei soggetti, gli artisti romantici mostrarono una profonda attrazione per la natura, soprattutto per i suoi aspetti selvaggi e misteriosi; e in generale si rivolsero a soggetti esotici, malinconici o melodrammatici, atti a evocare terrore o emozioni violente, coinvolgenti.

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Salve amici,

oggi vi auguro buon Natale con il secondo appuntamento della rubrica Un’opera d’arte al mese. Ho scelto per l’occasione un quadro che trasmette l’allegria dei conviti e delle atmosfere di festa. Chi ha perso il primo appuntamento (Lo stagno delle ninfee di Monet) e l’introduzione alla rubrica, trova tutto qui.

La ragazza che nel quadro è seduta al tavolo e gioca con il cane è Aline Charigot, conosciuta da Renoir nel 1880. Sebbene lui avesse vent’anni più di lei nel 1890 i due si sposarono e negli anni successivi ebbero tre figli. Uno di questi, Jean, divenne uno dei più grandi registi di tutti i tempi.

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Il dipinto del movimento impressionista che meglio esprime la joie de vivre, è probabilmente La colazione dei canottieri. L’opera raffigura la gaia scena di un gruppo di amici che si godono il giorno libero in compagnia. Il dipinto accosta alcuni elementi del nuovo stile di vita parigino: l’allegria delle domeniche estive unita alla mescolanza di classi sociali diverse in armonia tra loro. Sono presenti infatti una cucitrice, un’attrice, un collezionista aristocratico, due canottieri e un uomo ricco che, così insieme, sembrano rappresentare l’ideale francese di libertà, uguaglianza e fraternità.

La colazione dei canottieri è l’opera successiva a un’altra, Ballo al Moulin de la Galette. Quest’ultima fu realizzata due anni prima secondo il vero stile impressionista: sul luogo, all’aria aperta e con pennellate molto veloci. La delusione per la pittura all’aria aperta e le pesanti critiche ricevute indussero Renoir a modificare leggermente il proprio stile. La colazione dei canottieri infatti è stata dipinta all’interno e le figure sono tracciate in maniera più decisa.

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Pierre-Auguste Renoir (Limoges 1841 – Cagnes-sur-Mer 1919), pittore francese, tra le figure principali del movimento impressionista. Nato da padre sarto e madre operaia, si formò come decoratore a Parigi, dove la famiglia si era trasferita, occupandosi dapprima di porcellane, quindi di ventagli e tessuti.

Nel 1862 si iscrisse all’Ecole des Beaux-Arts, seguendo i corsi del pittore svizzero Charles Gleyre; presso lo studio di quest’ultimo conobbe Claude Monet, che insieme a Gustave Courbet esercitò una profonda influenza sui suoi esordi pittorici. Negli anni seguenti strinse amicizia con Alfred Sisley, Frédéric Bazille, Camille Pissarro, ed entrò in contatto con importanti esponenti del mondo culturale parigino quali Zola, Huysmans, Baudelaire, Nadar. Studiò con impegno e passione i maestri del passato, copiando le loro opere al Louvre (predilesse Fragonard, Boucher, Watteau, maestri della luce e dell’uso sensuale del colore), e guardò con interesse ai grandi contemporanei, in particolare a Eugène Delacroix e a Jean-Auguste-Dominique Ingres.

GLI ESORDI

Accolto per la prima volta al Salon nel 1864 con Esmeralda che danza, opera non lontana dai canoni accademici, passò presto a una più decisa sperimentazione pittorica, dipingendo en plein air nella foresta di Fontainebleau insieme agli amici che più tardi saranno riconosciuti come impressionisti. La prima testimonianza significativa di questa ricerca pittorica è La locanda di Mère Anthony, una scena d’interno, nella quale si ravvisa il modello di Courbet e Diaz de la Peña; seguirono i paesaggi e i soggetti all’aperto sui quali si cimentava insieme a Monet, come La Grenouillère (1869, in tre versioni: Nationalmuseum, Stoccolma; collezione Reinhart, Winterthur; Museo Puškin, Mosca) e Vele ad Argenteuil (1874, Museum of Art, Portland).

Nel 1874 Renoir partecipò alla prima mostra della neonata Société Anonyme des artistes, peintres, sculpteurs, graveurs, allestita nello studio del fotografo Nadar, insieme a Monet, Degas, Sisley, Cézanne, Morisot, Boudin, Pissarro; mostra che passò alla storia come la prima esposizione degli impressionisti; tra le sue tele spiccava Il palco, conservato presso le Courtauld Institute Galleries di Londra. L’esposizione inaugurò il periodo delle sue opere più celebri, tra cui Le Moulin de la Galette (1876, Musée d’Orsay, Parigi), eseguita en plein air, straordinaria per i vibranti effetti di luce che definiscono il movimento del ballo e la vivacità della folla.

IMPRESSIONISMO E TRADIZIONE

Parallelamente alla sua produzione impressionista, Renoir continuò a praticare una pittura per molti versi più tradizionale, nella quale un ruolo fondamentale è ancora riservato alla linea e al disegno, pur non disgiunti da una sapiente sperimentazione sul colore. Grande successo riscosse il pittore presso la borghesia parigina con il genere del ritratto: tra le tele più celebri, vanno ricordate Madame Georges Charpentier con i figli (1878, Metropolitan Museum of Art, New York) e Jeanne Samary (1879, Musée d’Orsay), entrambe ammesse ai Salon ufficiali.

Gli anni Ottanta, inaugurati con la famosa Colazione dei canottieri (1880-81, Philips Collection, New York), furono per Renoir anni di viaggi, di scoperte e di conferme. Fu in Algeria e poi in Italia, dove rimase folgorato dall’eleganza e dall’equilibrio di Raffaello. Quindi nel 1887 terminò la tela Le grandi bagnanti (1884-1887, Museum of Art, Philadelphia), accolta all’esposizione internazionale di Georges Petit: eseguita in studio, l’opera segna la netta presa di distanza dalla tecnica impressionista, proponendo un deciso recupero della linea, del contorno preciso, della forma classicheggiante riletta in chiave decorativa. Nel 1892 la grande retrospettiva delle opere di Renoir organizzata da Durand-Ruel attestava l’enorme riconoscimento di cui ormai godeva l’artista.

Negli ultimi vent’anni della sua vita, Renoir, colpito dall’artrite, continuò comunque a dipingere facendosi legare il pennello alla mano. La sua ricerca stilistica proseguì instancabilmente, alternando una tendenza idealizzante, in cui si avverte il richiamo a Ingres (espressa soprattutto nei nudi), a un appassionato studio sul colore, nel quale un ruolo fondamentale ebbe la riflessione su Tiziano. Le ultime Bagnanti (1918-19, Musée d’Orsay, Parigi) sono considerate, per resa plastica e attenzione alla materia cromatica, un’anticipazione del filone “classico” del Novecento, di cui furono interpreti, tra gli altri, Pablo Picasso e Giorgio de Chirico.

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L’Impressionismo è una corrente artistica sviluppatasi in Francia nella seconda metà dell’Ottocento, nata dal rifiuto delle tradizioni pittoriche e scultorie contemporanee, a soggetto classico o sentimentale, e dello stile promosso dall’Accademia di belle arti di Parigi, tecnicamente meticoloso e incentrato sul lavoro in studio. Per estensione, il termine “impressionismo” è stato applicato anche a certa produzione musicale dell’inizio del XX secolo. Tra i principali pittori impressionisti si ricordano Edgar Degas, Claude Monet, Berthe Morisot, Camille Pissarro, Pierre-Auguste Renoir, Alfred Sisley e Jean-Frédéric Bazille.

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Tradizionalmente l’Accademia imponeva le direttive alle quali tutta l’arte francese avrebbe dovuto uniformarsi e allestiva le esposizioni del Salon di Parigi, organo ufficiale della promozione artistica e della formazione del gusto. Gli impressionisti rifiutarono questi dettami e queste costrizioni, preferendo ispirarsi alla natura e alla vita quotidiana piuttosto che alla classicità o alla storia aulica, e rigettando d’altra parte anche il sentimentalismo tardoromantico (vedi Romanticismo) allora in voga. Scelsero di lavorare all’aperto anziché in studio, interessandosi principalmente agli effetti della luce naturale.

Se la pratica accademica si fondava sull’accuratezza del disegno, la precisa descrizione dei dettagli, la perfetta definizione delle forme attraverso sfumature di colore e chiaroscuro, gli impressionisti, invece, elaborarono una tecnica pittorica in grado di riprodurre la percezione visiva del reale, nella quale i contorni non sono mai netti e i colori, colpiti dalla luce, appaiono vivi, spesso cangianti.

Il procedimento si fondava sulla stesura di brevi pennellate di pigmento puro, che giustapponevano perlopiù colori primari (rosso, giallo e blu), mettendoli in contrasto con i complementari (verde, viola, arancio ecc.): ne risultava un’immagine rozza e frammentaria se analizzata da vicino, ma straordinariamente efficace dalla consueta distanza d’osservazione, caratterizzata da una luminosità più accesa di quella solitamente prodotta mescolando i colori prima di applicarli alla tela.

FONTI: ENCARTA, CAPOLAVORI DELLA PITTURA

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Gabriel García Márquez è scomparso da poco ma ha lasciato il segno nella letteratura mondiale. Commentiamo uno dei suoi libri.

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Per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni Fiorentino Ariza ha perseverato nel suo amore per Fermina Daza, la più bella ragazza dei Caraibi, senza mai vacillare davanti a nulla, resistendo alle minacce del padre di lei e senza perdere le speranze neppure di fronte al matrimonio d’amore di Fermina con il dottor Urbino. Un eterno incrollabile sentimento che Fiorentino continua a nutrire contro ogni possibilità fino all’inattesa, quasi incredibile, felice conclusione. Una storia d’amore e di speranza con la quale, per una volta, Gabriel García Márquez abbandona la sua abituale inquietudine e il suo continuo impegno di denuncia sociale per raccontare un’epopea di passione e di ottimismo. Un romanzo atipico da cui emergono il gusto intenso per una narrazione corposa e fiabesca, le colorate descrizioni dell’assolato Caribe e della sua gente. Un affresco nel quale, non senza ironia, si dipana mezzo secolo di storia, di vita, di mode e abitudini, aggiungendo una nuova folla di protagonisti a una tra le più straordinarie gallerie di personaggi della letteratura contemporanea.

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Gabriel José de la Concordia García Márquez, soprannominato Gabo (Aracataca, 6 marzo 1927 – Città del Messico, 17 aprile 2014), è stato uno scrittore, giornalista e saggista colombiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982.

Tra i maggiori scrittori in lingua spagnola, García Márquez è considerato il maggior esponente del cosiddetto realismo magico, la cui opera ha fortemente contribuito a rilanciare l’interesse per la letteratura latinoamericana.

Dotato di uno stile scorrevole, ricco e costantemente pervaso di un’amara ironia, i suoi romanzi sono caratterizzati da articolate strutture narrative, con frequenti intrecci fra realtà e fantasia, fra storia e leggenda, con la presenza di molteplici piani di lettura, anche allegorici, e con un uso sapiente di prolessi ed analessi.

Il suo romanzo più famoso, Cent’anni di solitudine, è stato votato, durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, come seconda opera in lingua spagnola più importante mai scritta, preceduta solo da Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Lo stile letterario e le tematiche

Gabriel García Márquez fu uno dei quattro scrittori latinoamericani coinvolti per primi nel boom letterario latinoamericano degli anni Sessanta e Settanta; gli altri tre autori erano il peruviano Mario Vargas Llosa, l’argentino Julio Cortázar e il messicano Carlos Fuentes (ad essi è da aggiungersi la figura discostata di Jorge Luis Borges). Sarà Cent’anni di solitudine il romanzo che gli porterà fama internazionale di romanziere del movimento magico-realista della letteratura latinoamericana, che influenzerà gli scrittori di periodi successivi, come Paulo Coelho e Isabel Allende. Egli appartiene alla generazione che recuperò la narrativa fantastica del romanticismo, come quella di E.T.A. Hoffmann, e il romance europeo, lo stile dei poemi lirici, epici e mitologici che andavano di moda fino all’alba del romanzo moderno nel XVIII secolo, quando la particolare mescolanza di reale e invenzione venne relegata nella letteratura del romanzo gotico o in altri sottogeneri.

Come una metaforica e critica interpretazione della storia colombiana, dalla fondazione allo Stato contemporaneo, Cent’anni di solitudine riporta diversi miti e leggende locali attraverso la storia della famiglia Buendía, che per il loro spirito avventuroso si collocano entro le cause decisive degli eventi storici della Colombia — come le polemiche del XIX secolo a favore e contro la riforma politica liberale di uno stile di vita coloniale; l’arrivo della ferrovia in una regione montuosa; la Guerra dei mille giorni (Guerra de los Mil Días, 1899–1902); l’egemonia economica della United Fruit Company (“Compagnia bananiera” nel libro); il cinema; l’automobile; e il massacro militare dei lavoratori in sciopero come politica di relazioni fra governo e manodopera. La ripetitività del tempo e dei fatti è appunto il grande tema del romanzo, un tema in cui l’autore riconosce la caratteristica della vita colombiana e attraverso cui vediamo delinearsi altri elementi: l’utilizzo di un “realismo magico” che mostra un microcosmo arcano in cui la linea di demarcazione fra vivi e morti non è più così nitida e in cui ai vivi è dato il dono tragico della chiaroveggenza, il tutto con un messaggio cinicamente drammatico di fondo, di decadenza, nostalgia del passato e titanismo combattivo di personaggi talvolta eroici ma votati alla sconfitta. Su questa linea, dopo un inizio nella letteratura realistica di stile hemingwayano, proseguirà tutta l’opera di García Márquez (tranne gli scritti prettamente autobiografici), in equilibrio tra l’allegoria, il reale e il mito, influenzato dalle tematiche surreali di Franz Kafka e dal simbolismo. Lo stile presenta notevoli intrecci, digressioni, prolessi e analessi, con l’uso di frasi quasi poetiche nella prosa, un linguaggio ricercato e prosaico alternato a seconda del personaggio, e lo svolgimento di storie “corali” e parallele. Il narratore è spesso esterno e onnisciente, cioè conosce già gli avvenimenti futuri.

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Avevo più volte sentito nominare questo libro che ormai è entrato ufficialmente tra i più famosi libri mai scritti. Mi sono accostata alle pagine con vivo interesse.
Questo libro è stato capace di mostrarmi vivamente dinanzi agli occhi le atmosfere calde e variegate di un’isola caraibica alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento. Gabriel Garcia Marquez descrive con maestria e poesia, armonia, ogni strada, ogni palazzo, ogni carrozza, ogni giardino, ogni nave nonché il mare. Questa caratteristica – assieme a poche altre quali la descrizione approfondita dei personaggi principali e le ricche informazioni sulle pratiche quotidiane del tempo – è stata quella che mi è piaciuta maggiormente e per la quale “L’amore ai tempi del colera” merita di essere letto.

Lo stile è una delle maggiori qualità dell’autore: non so spiegare in cosa sia particolare, di preciso, ma leggendo ci si ritrova a pensare “Ovvio che questo è un premio Nobel”.

Ad ogni modo l’interesse per la storia è andato perdendosi pagina per pagina. Nonostante infatti la storia sia verosimile, non ho trovato nulla dell’amore epico e tanto decantato. Anche se ha la forza di resistere tra alti e bassi per più di cinquant’anni si tratta di un ossessivo amore platonico, provato tra l’altro solo da Florentino Ariza. Fermina Daza, dal canto suo, dopo l’iniziale innamoramento decide all’improvviso che non vuole più aver nulla a che fare con il suo fidanzato officioso. Questi inizia così una vita votata a lei che ben presto cadrà nella perdizione sessuale. Fermina dal canto suo lo dimentica troppo facilmente sposando il dottor Urbino. Altra cosa che ha svelato ogni curiosità, è il capitolo principale che parte dalla fine della storia, spiegandone in poche pagine l’evoluzione che poi sarà ciò che riempirà prolissamente tutti i capitoli successivi. D’altro canto la quarta di copertina svela sin da subito che ci sarà un lieto fine.
Ripeto: dinanzi all’innegabile e straordinaria maestria letteraria dell’autore che finora mi è sembrato il più abile scrittore io abbia mai letto, troviamo una scarsità di trama e di passione. Si tratta comunque di un buon libro.

Valutazione:

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